Un posto in cui stare: Nick Drake e i cinquant’anni di “Pink Moon”

Forse Nick Drake non esiste affatto.

A scriverlo è un giornalista, Mark Plummer, a conclusione della recensione di Pink Moon pubblicata il primo aprile 1972 su Melody Maker, come riportato nel libro di Ennio Speranza intitolato Nick Drake e Pink Moon – Una disgregazione. Il paradossale ragionamento di Plummer ha senso: il disco è una manovra di inabissamento di Nick Drake, uno sprofondo nero che lascia il songwriter emotivamente disaggregato – oggi diremmo disunito – e musicalmente ridefinito nella sua essenza, ovvero voce, chitarra acustica, inquietudine, stop. C’è un dettaglio da considerare: di lui sono rimaste le sue fotografie e le sue canzoni. Non è poco, ma nemmeno tanto, a pensarci bene. Dato che conosciamo il pensiero di questo ragazzo esclusivamente attraverso le sue composizioni, non abbiamo note a margine: Nick Drake è sentimento, non scienza esatta, e dunque tocca affidarsi all’istinto per risolvere il mistero. «Si è esibito raramente quando era in vita e non esistono video che lo riguardano. Come se fosse un fantasma, ha attraversato la terra e se n’è andato in fretta», mi ha raccontato qualche giorno fa Rodrigo D’Erasmo, che con Roberto Angelini sta portando avanti da anni un tributo sia discografico che live, ma loro preferiscono parlare di opera divulgativa, e hanno ragione: a mezzo secolo esatto dall’uscita di Pink Moon, la figura di Nick Drake continua a essere al tempo stesso incredibilmente popolare e inspiegabilmente di nicchia.

Le sue più che canzoni sono evocazioni, a partire dalla traccia iniziale dell’album, una sorta di preghiera che sa essere gentile nella forma e brutale nella sostanza, una profezia di estinzione che colpisce tutti ma che forse riguarda soprattutto chi la intona. Così, la melodia introduttiva è un cristallo opaco che nasconde uno scioglilingua di folk spettrale: lascia sgomenti quel verso – «Nessuno di voi ce la farà» – che racconta con leggerezza uno spleen senza appello. La luna rosa è insomma un chiodo nel cuore di un giovane (24 anni appena) che non trova appigli per risalire dalla sua depressione. Però questi accordi dolci e aperti indicano una strada, una via di fuga esistenziale prima ancora che fisica. Tanto che con la discesa melodica di Place to be l’autore prova a tendere una mano verso la luce: «E ora che sono più oscuro del mare più profondo, mettimi a terra e dammi un posto dove stare». Ma per chi come lui ha la pelle troppo sottile nessun posto è vicino. E nemmeno la chiusura di From the morning, con i suoi modi gentili e il suo respiro ampio («And now we rise, and we are everywhere»), riuscirà ad attutire il colpo.