Concerti immaginari bellissimi: Matilde Davoli

In una quotidianità in cui la distopia è diventata il nuovo galateo – indossa la mascherina, lava le mani, rispetta le distanze – vedo in tv la bellissima serie Ted Lasso e mi chiedo che mondo è quello in cui ci si abbraccia ancora e ci si vede al pub per una birra senza temere il respiro altrui. Ciò che ci sta lasciando in eredità questo decennio appena cominciato e già piuttosto maleodorante – gli anni Venti: fa paura scriverlo – è insomma la mancanza. Ho provato a fare un elenco delle cose che mi mancano della vita di prima: sorridere con la bocca e non con gli occhi, mangiare sushi al mio ristorante cinese di riferimento, bere una weiss con le persone alle quali voglio bene, tornare a Palermo dove non vado da mesi, andare a un concerto. Ecco, proprio quella è la mancanza peggiore, inutile dire perché. Dunque, in attesa di tempi migliori, Shoegaze Blog inaugura una nuova rubrica impossibile: Concerti immaginari bellissimi. Ovvero esibizioni che non sono mai avvenute ma che sarebbe bello vivere dal vivo, senza il filtro di un display retroilluminato e senza il lasciapassare di una connessione wifi. Concerti che al momento possiamo soltanto raccontare inventandoli di sana pianta: che sia di buon auspicio per noi.

All’Ohibò ci si rivede come se le brutte notizie non fossero mai arrivate. Siamo tanti, stretti come dita che s’intrecciano e tutti col più bel sorriso possibile, tipico delle serate migliori, cioè quelle che ora dopo ora confermano ogni nostra aspettativa. Non ho mai visto suonare dal vivo Matilde Davoli, pur seguendola da almeno quindici anni se non di più, ovvero dai tempi pop degli Studiodavoli (ricordo una traccia, All the things, che in poco più di tre minuti univa Broadcast e Stereolab e ci faceva sognare un’Italia musicale finalmente competitiva). Matilde inizia a cantare #1, la canzone d’apertura del disco del 2015 I’m calling you from my dreams. Con quella voce rarefatta e misteriosa – un piccolo miracolo impossibile da codificare – sembra distante mille chilometri da dove ci troviamo: invece è lì, proprio davanti a noi, al centro del palco. La guardi circondata dal suo synth e dalla sua pedaliera mentre dà l’impressione di divertirsi un mondo a dettare le coordinate a un dream pop che sembra appartenere soltanto a lei. Con Realize l’artista e producer pugliese si rannicchia sulla sua chitarra prima di liberare un riff liquido che si allunga sui riverberi e insiste sui delay, mentre il resto della band segue le direttive con piglio post punk e groove serrato. Matilde canta di come vivere la vita vera significhi essenzialmente andare più in alto dell’orgoglio e di come il tenere duro stia finendo per offuscare la nostra stessa luce: non potrei trovare parole migliori per raccontare questi anni capovolti di espedienti, passi falsi, flessibilità – la moneta corrente della mia generazione. Intorno non c’è il solito pubblico immobile milanese: siamo complici e non spettatori di una serata di shoegaze futuribile, vivido ed eccitante. «Ma quando farai uscire un nuovo disco?», urlo a Matilde, frase che muore sulla soglia del palco e non ottiene risposta. Pazienza: provo a tenere il tempo sbilenco di Dust – base M83, altezza Broken Social Scene, profondità Cat Power, come scrissi qualche anno fa – muovendo timidamente braccia e gambe in una sorta di oscena macarena indie rock. Una tizia di vent’anni mi guarda come se mi fossi pisciato addosso: capisco subito che il ballo non fa al caso mio. La musica però sì: mi sento felice di esserci, felice di saltare, felice di vivere questa notte senza dover fare i conti con ciò che sarà domani.

Spero proprio di sentirmi così, il giorno che tornerò a vedere un concerto dal vivo.