L’importanza dello shoegaze nell’era del poptimismo

Lei la conoscete

Qualcuno un po’ di tempo fa ha spiegato che la causa della – ennesima? presunta? – morte dell’indie va cercata nel poptimismo, ovvero quel “fenomeno che consente alla gente figa di apprezzare Beyoncé e Taylor Swift”. È un concetto interessante perché fotografa alla perfezione un capovolgimento totale di approccio alla musica che si è compiuto negli ultimi anni: se fino a un paio di lustri fa c’era un certo atteggiamento di rifiuto – anche piuttosto ottuso – nei confronti del pop d’alta classifica, al cambio attuale una Rihanna risulta più rilevante degli Arcade Fire. Con tutto il rispetto, qualcosa non quadra. La morte dell’indie, se davvero l’indie è mai esistito, è tutta qui: è una resa culturale, più che un decesso.

La festa è finita

Il problema è vasto e trasversale: probabilmente c’è chi pensa che ci siamo chiusi tutti quanti un po’ troppo nelle nostre camerette e abbiamo comunicato un po’ troppo attraverso sospironi, glitch, chitarrine o diavolerie software. Cercando la necessaria complessità, abbiamo lasciato involontariamente campo libero all’eccessiva semplificazione, agli slogan facili, alle rime banali: ai reazionari, insomma. Di fatto, quando la festa è finita, certe band in voga nei circoli che contano si sono ritrovate senza i mezzi adatti per far fronte alle brutte novità in arrivo. Ed è iniziato il gioco al massacro, il fuggi fuggi degli intransigenti di ieri che si sono riscoperti inflessibili contestatori dei vecchi compagni. Privo di sufficiente credibilità, il movimento indie internazionale è finito per inabissarsi. O per cambiare ragione sociale.

Genuinamente finti

Ezra Koenig
Ezra Koenig le canta a tutti voi, indierocker (foto: Grantland.com- Ross Gilmore)

Consiglio a tutti di perseguire un successo straripante. Il mondo ha parlato e preferisce musicisti genuinamente finti piuttosto che musicisti fintamente genuini. L’indie di metà anni Duemila era pieno di musicisti fintamente genuini“, disse un paio di anni fa con una certa perfidia Ezra Koenig dei Vampire Weekend. “Le più grandi celebrità ora mostrano un’apertura/vulnerabilità/realismo che una volta erano elementi tipici dell’indie da cameretta. Gli artisti più piccoli invece adesso contano sui soldi delle grandi corporazioni per iniziare. I vecchi dualismi sono mescolati”. Il concetto di genuinità è ovviamente soggettivo e dunque opinabile. Al di là di quello che pensa Koenig – un grande musicista, tra l’altro – l’impressione è che l’unico messaggio che adesso funziona è che la povertà è da sfigati e i ritornelli scemi non sono poi così male.

Quel biennio maledetto

Dunque, dall’idea grottesca che il successo è il male si è rapidamente passati al dogma che solo ciò che vende ha senso: tutto il resto è irrilevante. In un contesto del genere, sembra che il poptimismo – salvo eccezioni, pure significative – sia un girare al largo dai guai. È un risultato paradossale, specialmente se si analizza il periodo storico attuale. Il biennio terribile 2007-2008 ha dato il via a una crisi economica che è precipitata a valanga sulle prospettive di vita di una generazione comoda che non aveva conosciuto né la guerra, né la fame, né il piombo. Ci si aspetterebbe allora una risposta musicale proporzionata alla situazione, come un nuovo grunge, un altro punk, un’elettronica generazionale: invece sembra di essere tornati ai tempi della Milano da bere, quella che poi è andata di traverso al resto del Paese. Solo che siamo tutti senza soldi. E senza rabbia.

Quel 1998 maledetto

William Patrick Corgan
Se William Patrick Corgan ti guarda così, non è giornata (foto: Alternativenation.net)

Recentemente William Patrick Corgan, che ha appena pubblicato il suo nuovo disco solista Ogilala, ha spiegato il suo punto di vista sulla faccenda, facendo però un ulteriore salto indietro nel tempo. Secondo il capo degli Smashing Pumpkins, tutto parte nel 1998. “Riviste come Spin e Rolling Stone iniziarono a celebrare la musica pop come se fosse paragonabile a quella alternativa o comunque più creativa”, ha detto Corgan. La data del 1998 non è un caso: quell’anno uscì Adore, un disco bellissimo ma completamente diverso da ciò che rappresentavano i Pumpkins all’epoca. La pessima accoglienza ricevuta dall’album portò allo scisma definitivo tra Corgan e la critica musicale, che per la verità in passato non gli aveva fatto passare nemmeno Mellon Collie. Adore ricevette recensioni di merda. Venne trattato come se fosse un fottuto cancro nella mia carriera musicale”, ha raccontato Corgan. Che peraltro ora riprova la carta solista dopo il primo tentativo, TheFutureEmbrace, uscito nel 2005: un album shoegaze ormai introvabile che fu stroncato quasi universalmente ma che a distanza di anni a me emoziona ancora tantissimo. Bisognerà rivalutarlo, prima o poi.

La spocchia è ora ai piani alti

Che il problema nasca negli anni Novanta o più di recente, la sostanza non cambia: oggi la sensazione è che il futile diventa utile e il resto è noia. Eppure anche in questi anni difficili pieni di canzoni facili c’è di che essere ottimisti (e non poptimisti). Ora che molta della spocchia che animava una certa scena indipendente ha traslocato ai piani alti del mainstream internazionale, c’è un ampio spazio per riaprire un discorso che abbia a che fare con la qualità, non solo con i numeri. Da questo punto di vista, lo shoegaze rappresenta un caso di scuola. Il livello di collaborazione che c’è all’interno della scena dream pop ha portato all’emersione di una nuova generazione di band capaci di rimettere al centro del palco un’idea forse minoritaria ma senz’altro romantica di arte al servizio dell’arte. Il rinnovato interesse per lo shoegaze ha rimesso in pista gente come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, tutti e tre headliner al Primavera Sound, ovvero il festival hipster per eccellenza. Le testate musicali hanno ricominciato a parlare di riverbero e delay con entusiasmo e non con sufficienza. Insomma, anche negli anni del poptimismo, i margini di manovra non sono poi così stretti. Basta poco, in fin dei conti. Guardarsi intorno, giudicare meno, suonare di più: tre mosse per riprendere a parlare di musica anziché di barbe, vestiti e denti bianchi.